Specchio di pietra

Dubrovnik riflette.

Riflette in molteplici modi.

La pietra di cui sono lastricate le strade, lucidata da infiniti passi, da infinite piogge, riflette i colori degli abiti estivi. Riflette bambini che corrono, gatti che dormono sornioni nelle pozze d’ombra.

I vicoli riflettono le voci dei ristoratori che allertano i clienti sulle prelibatezze che gareggiano ad offrire. Lingue diverse rimbalzano da una casa all’altra nelle viuzze strette, tanto anguste che i palazzi si abbracciano attraverso i fili carichi di biancheria, attraverso i gerani che si intrecciano da una finestra all’altra.

Il mare blu sfumato, ritmico nelle piccole onde di una mattina quieta, riflette il potente sole mediterraneo. I raggi rimbalzano sull’acqua e donano a tutta la città una luce profonda.

Anche le mura riflettono, riflettono la storia nei secoli della potente “Perla dell’Adriatico”.

Realizzate tra il XIII e il XVII secolo a scopo difensivo, sono lunghe 1.940 metri, alte 25 e larghe da 4 a 6 su terra e da 1,5 a 3 sul mare. Imponenti e maestose sono puntaggiate di torri lungo il loro perimetro.

Si salgono scale faticose per raggiungere la cima delle mura.

Come sempre la mia mente inizia a viaggiare…quanti soldati le avranno percorse a lunghe falcate per arrivare in alto e prepararsi all’attacco? Quante donne le avranno percorse a passi lievi per salutare figli o mariti che prendevano il largo verso nuove opportunità?

La passeggiata lungo il perimetro lastricato è splendida, la distesa blu dell’Adriatico arriva pacifica all’orizzonte, scintillando puntaggiata da qualche vela. Quanti abitanti della città nei secoli si saranno persi nei loro pensieri ammirando quella linea lontana? Quali e quante domande si saranno posti riflettendo – anche loro – sulla propria vita? Sopravvivremo? Patiremo la fame? Lo rivedrò?

La vista verso il mare è bellissima, due blu che si incontrano e contrastano con le tinte ocra della città. Ma la vista verso terra la trovo ancora più interessante. Nell’abbraccio delle mura c’è un altro mare, immobile, quello dei tetti di coppi. Le falde vanno su e giù come onde statiche, le sfumature della pietra e della terracotta sono come lievi increspature dai toni terrosi. Una geometria vibrante sotto il sole che custodisce la quotidianità degli abitanti di Dubrovnik.

I turisti camminano lenti ammirando con piacere gli scorci e il panorama più ampio, soffermandosi a fotografare con macchine e smartphone. Questa gente oggi cammina su queste mura per il semplice piacere di farlo. Le fortificazioni sono ormai solo un’attrazione per curiosi da tutto il mondo. Ma quante persone hanno corso in preda alla paura lungo quegli stretti passaggi? E quanti hanno camminato da un punto all’altro, senza preoccuparsi del panorama, semplicemente per trasportare una merce e svolgere il proprio lavoro sotto il sole? Quanti abiti hanno sfilato attraverso i secoli su questa passerella, dalle gonne ingombranti e dagli stivali di cuoio fino ai sandali di gomma e ai calzonicini sportivi?

Le mura riflettono.

Riflettono la storia dei popoli e assistono, testimoni solide e silenziose, ai grandi cambiamenti e progressi. Hanno protetto gli abitanti, li hanno visti evolversi, prima hanno visto solo archibugi e bocche di cannone puntare verso l’orizzonte, oggi vedono solo obiettivi fotografici rivolti verso il mare. In passato hanno accolto sui loro camminamenti il popolo autoctono, oggi osservano gente da ogni angolo di mondo mettersi in posa davanti a quegli obiettivi.

Le mura hanno osservato una moltitudine di vite, ciascuna con le sue piccole azioni, che tutte insieme hanno determinato gli eventi di cui oggi leggiamo sui libri di storia. Ma quante piccole e grandi cose sono successe nell’abbraccio di quelle pietre e sono semplicemente rimaste sospese nel loro silenzio?

Le mura riflettono, rispecchiano la storia e ne custodiscono i segreti, quelli che mai nessuno conoscerá.

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