Boato silenzioso

Hiroshima

Dal ponte Motoyasu sull’omonimo fiume, una delle diramazioni con cui il delta dell’Ota raggiunge il mare, rivolgo lo sguardo a nord. A poche centinaia di metri da me, e a 580 m di altitudine, il 6 agosto del 1945 alle 8.15, l’Enola Gay sgancia Little Boy, che esplodendo rade al suolo Hiroshima e tutto quanto l’onda d’urto incontra per chilometri. Davanti a me si erge la Genbaku, la cupola della bomba-A, ossia uno dei pochi edifici che ha resistito all’esplosione, nonché quello più vicino all’epicentro della stessa. Costruito con una solida struttura antisismica in cemento armato, secondo il progetto dell’architetto ceco Jan Letzel, e destinato ad ospitare la fiera commerciale della prefettura di Hiroshima, oggi mostra il proprio scheletro come monito, affinché gli arsenali nucleari nel mondo vengano smantellati e simili tragedie non si ripetano.

Non accadrà mai, ahimè.

Come sempre quando cerco di assorbire un luogo che visito, inizio il mio viaggio con l’immaginazione, ascoltando le emozioni che si generano in me in quel preciso istante, in quel preciso posto.

Provo ad arrivare al momento dell’immane esplosione.

L’incomprensione è la prima a manifestarsi. Cosa stia accadendo non è spiegabile: per 80.000 persone non ce ne è il tempo, per un ulteriore 20% di coloro che sono stati esposti all’esplosione c’è un po’ più di tempo ma l’incognita rimane, per le altre centinaia di migliaia, che il tempo l’hanno avuto, la risposta al cosa stia accadendo è arrivata, quella al perché non l’ha fatto ne mai potrà farlo.

Provo a immaginare le cucine degli abitanti di Hiroshima, dove le madri stanno preparando la colazione a base di riso e pesce, le porte delle case dalle quali i bambini si apprestano a uscire per andare a scuola, i padri per andare al lavoro. Alle 8.15 del 6 agosto 1946 il più grande fermo immagine della storia viene registrato. In quel momento chi stava inforcando gli occhiali, chi stava sollevando un piede per compiere il passo successivo, chi stava salutando un amico, chi stava risistemando un futon o congiungendo le mani in preghiera al tempio, tutti sono stati impressi su una enorme lastra fotografica, grande quanto una città.

Il 90% di quelle cucine e di quelle porte, insieme a 51 templi, viene polverizzato in quel momento. 80.000 storie vengono strappate via dai libri. 80.000 futuri non verranno più scritti.

Mi guardo intorno: adesso è inimmaginabile pensare cosa sia accaduto dove mi trovo. Il sole splende, edifici più o meno moderni affollano le rive del fiume, i fiori colorano qua e là e la gente vive una vita normale. Lo scheletro della cupola incombe su tutto questo, ma i giardini, il lungo fiume con le panchine, le persone che passano lì sotto e nemmeno alzano lo sguardo, in qualche modo creano una distonia. Quella cupola, dall’alto della sua posizione, ha avuto un posto in prima fila quel giorno, per osservare quanto grande può essere l’uomo.

Anche nel male.

Per prima cosa il bagliore accecante: si sarà subito chiesta cosa stesse accadendo anche lei. Subito dopo il boato assordante, e poi il calore inimmaginabile. Si sarà preoccupata per sé, reggeranno i mie costoloni? E poi si è sentita strappare via le vele, spogliata di mattoni, cemento e ferro. Ma ha resistito all’onda d’urto. La immagino stringere i denti e chiudere gli occhi in quel vento infernale. Ore dopo, probabilmente giorni, quando la polvere si è posata e il fumo diradato, si è dovuta abituare a un nuovo scenario e a un nuovo ruolo. Intorno a sé non ha più trovato le sagome conosciute, né sentito le voci note di coloro che entravano nell’edificio. Silenzio, pianto e lamento, e un orizzonte di macerie sono diventati il suo nuovo scenario. E lei, rimasta lì nonostante tutto, è diventata testimone involontaria e inconsapevole della storia.

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60 kg di uranio 235 hanno generato in un istante una quantità di energia incredibile; non prevedibili sono stati poi gli effetti del fall out, per decenni ricaduti sulla popolazione. Quella massa relativamente piccola di materiale ha cambiato lo scenario storico, fatto vacillare l’umanità.

Le implicazioni storiche, etiche e sociali di tutto questo, a partire dal progetto Manhattan che portò allo sviluppo della bomba atomica, sono complesse e questo non è il luogo dove discuterne, ma non riesco a togliermi dalla mente il pensiero che tutto questo sia stato un salto nel buio per chi vi ha preso parte, così irresponsabile e incognito. Se avessero realmente conosciuto rischi e conseguenze si sarebbero spinti così oltre? Voglio credere di no.

Sospiro meditando, sul ponte, e sento un gigantesco boato silenzioso, carico di domande.

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