Il cuore nella terra, la terra nel cuore

La Sicilia ha cuore.

La Sicilia ha a cuore.

La Sicilia ha un cuore.

È una grande dichiarazione di amore quella che questa isola ti fa quando la attraversi alla scoperta dei suoi colori, dei suoi sapori e del suo carattere.

È proprio generosa quando ti accomodi al crepuscolo sulle sedie di paglia e legno blu un po’ sbiadito, attorno al tavolo allestito sotto la pergola di vite, per la cena in compagnia dei grilli, nel mezzo della campagna ondulata, arsa e dorata che circonda la masseria.

È la Sicilia che imbandisce quella tavola senza badare a spese, ricca di attenzioni per te come i fiori di passiflora presi dal giardino per la decorazione e i fichi freschi appena colti, che ancora attirano qualche ape nonostante l’ora tarda.

E ti senti proprio trattato come un re quando la signora Concetta1, che non ha fatto altro che rimpinzarti di ogni manicaretto tu possa immaginare, ti chiede ancora “se hai cuore di mangiare anche un cannolo per finire”…e come si fa a lasciare lì il cannolo??

E dopo la cena casalinga e sontuosa allo stesso tempo, la Sicilia ti culla nella notte silenziosa, che odora di terra bruciata dal sole, dove l’unico rumore sono i fruscii dei gechi che fanno lo slalom tra le spine dei fichi d’India, il delicato belare degli agnellini appena nati e il ronzio di qualche insetto notturno.

La Sicilia ha cuore di offrirti ogni cosa nasca nel suo territorio, dal mare pescoso che la circonda, fino alle pendici del vulcano brune e fertili, sulle quali maturano i grappoli di uva, passando per i pascoli e le colline tempestate di ulivi. E lo fa con grande abbondanza. La cultura di questa isola è talmente intrisa dalla gastronomia locale, che non si può davvero prescindere da essa quando si parla di Sicilia. Un vero patrimonio di gloriose sensazioni per il palato.

La Sicilia poi ha a cuore chi la visita, offrendo bellezze barocche, meraviglie naturali ma soprattutto l’impareggiabile ospitalità dei suoi abitanti. Ti senti accolto come in una famiglia, compreso, benvoluto e qualche volta anche viziato. Succede quando il signor Nicola2 ti aspetta di persona fino a tardi in una notte di temporali estivi per accoglierti nel cuore di Catania, ti accompagna a cercare parcheggio e ti apre le porte di quella che sarà la tua casa in quei giorni, un vero e proprio tesoro nascosto nel cuore di pietra e mattoni della città. Dopo il lungo viaggio che ti ha portato sull’Isola non può esserci accoglienza migliore di quella di un ospite gentile che ti ha preparato una camera con un sontuoso letto a baldacchino, le tende che svolazzano sfiorando il pavimento fresco, mosse dalla brezza temporalesca che entra dalla finestra spalancata nel ricercato appartamento, dove ogni dettaglio del design non fa che arricchire quella sensazione di sentirsi speciali.

Succede quando la mattina dopo una colazione fragrante e deliziosa, appena sfornata, ti aspetta davanti alla porta con il messaggio “con tutto il nostro amore”. E di nuovo le lunghe tende bianche sventolano accarezzando il pavimento e il vapore dell’espresso che mi aspetta sul tavolo prende la stessa direzione.

E ancora forse non è generosità ogni scorcio che ti viene offerto, mentre ti aggiri nei vicoli di Ragusa Ibla, roventi e fitti di case, ringhiere in ferro battuto e qualche sguardo sfuggente dietro ai vetri delle finestre? Un dedalo di viuzze che all’improvviso si aprono rivelando la meraviglia di una chiesa opulenta, oppure celano un delizioso giardino segreto a chi si distrae seguendo la coda sinuosa di un gatto nero che scappa e si infila in una finestrella. Come le prospettive che ti regala Ortigia, soprattutto se ci arrivi – nuovamente – sotto un acquazzone che adorna i vicoli di riflessi argentei, mentre la luce soffusa e smorzata dei lampioni sembra stringere ancora di più le vie, suggellare l’abbraccio delle case che si legano attraverso i fili per il bucato.

E cosa dire della bellezza sospesa della tonnara: le colonne che si rincorrono, il mare che si infrange a pochi passi, l’eco di canti dei lavoratori che faticavano sotto il sole rovente per trasformare il frutto della pesca in deliziosi prodotti. Fra le rovine, il ricordo di un lavoro massacrante, primitivo. Non si butta via niente del maiale del mare, il tonno. Mi chiedo come potessero dimenticare l’odore a fine giornata, o se rimanesse intriso nelle mani, a monito di una condizione dalla quale molti avrebbero voluto affrancarsi, alla quale altrettanti erano rassegnati. È come stare tra le righe de I Malavoglia…

“Soltanto il Mare gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il Mare non ha paese  nemmeno Lui, ed è di tutti quelli che lo sanno ascoltare.”

Il mare brontola davvero tra i faraglioni di Aci Trezza: quante donne hanno atteso figli, mariti e fratelli di ritorno dalla pesca, nello stesso punto in cui sono io ora, temendone le sorti dopo una tempesta, incoraggiandone le manovre per evitare gli scogli, pregando perché le barche pescassero profondo per il peso che la fortuna di quel giorno gli aveva permesso di raccogliere…

Quante vite si sono presi – e si prendono tutt’oggi – quei mari blu che contempliamo ora, quanti cuori hanno smesso di battere nelle loro profondità. Noi al sicuro, osserviamo il loro scontro impetuoso all’Isola delle correnti. Le onde spumeggiano, Adriatico e Ionio si scontrano dalle due direzioni e non possono andare d’accordo, non trovano un’armonia. Pare una metafora di tante cose in questo momento, in questo luogo.

Insomma, se si parla di Sicilia si parla di cuore.

E tutto il viaggio è davvero accompagnato dal ritmo del cuore dell’Isola, lo senti, lo percepisci sotto i piedi e non lo perdi quasi mai di vista, maestoso, solitario, borbotta. Ogni tanto decide di dire la sua con fontane di lava e colonne di fumo.

Ora, arrampicarsi fino ai crateri sommitali della Montagna Bella non è impresa per deboli di cuore. Se poi si aggiunge un po’ di sfortuna con il meteo il tutto diventa una vera e propria avventura. Si parte da Nicolosi con la funivia, si prosegue a bordo di veicoli 4×4 e infine si inizia a camminare, un anello di 10 km sfidando la salita, il terreno instabile, il vento impietoso e le nuvole gelide che scendono fino al suolo, alternate da sprazzi di sole e cielo blu profondo. Camminare sul cuore dell’Isola è elettrizzante, è camminare su qualcosa di vivo e pulsante, immenso. Fumarole, scricchiolii e movimenti del suolo accompagnano l’ascesa, in lontananza lapilli incandescenti volano verso il cielo. Ha un ché di dantesco. La fatica – almeno per me – è indescrivibile, siamo ben oltre i 3.000 metri di altitudine e l’aria rarefatta mi crea non poche difficoltà. Il terreno scivola via sotto gli scarponi. Come perle nere che rotolano a valle, i granelli di sabbia vulcanica, rendono il percorso instabile. L’odore di zolfo è intenso, il freddo anche. Abbiamo lasciato il calore del sole a valle, adesso ne scorgiamo dall’alto, tra un nuvolone e l’altro, i raggi giocare col mare. Il paesaggio è magnifico, ma la salita continua. Si arriva infine sull’orlo del cratere, come arrivare su una terrazza indiscreta che guarda direttamente, senza filtri, nel cuore della Sicilia. Immensa, irregolare, fumante, incognita e in continuo mutamento è la caldera. Da lì il Vulcano esprime le proprie opinioni, effettivamente molto spesso, normalmente in modo – diciamo su una scala vulcanica – pacato e controllato. E in quel momento fino dalla Piazza IX Aprile di Taormina si può godere di tanta bellezza e potenza, scorgendo le rosse fontane e le lente colate, che qualche volta obbligano gli abitanti dei paesi sulle pendici a lasciare le proprie case.

Un vento improvviso mi fa oscillare, faccio fatica a reggermi in piedi, ma in un attimo spazza via le nuvole e mi regala una vista incredibile sulla costa: laggiù si trova lo splendido teatro.

Che genio hanno messo in campo gli antichi greci quando lo hanno costruito in quella posizione perfetta! Che scenografia maestosa accompagna la tragedia inscenata. Ecco che ritrovo uno di quegli attimi in cui la realtà del momento si allontana e la fantasia inizia a costruire le fila di una storia che, forse, aleggia ancora sulle pietre. Le vesti e i pepli hanno sfiorato quegli stessi gradoni mentre gli antichi spettatori si accomodavano trepidanti nell’attesa, chiacchiericcio in una lingua scomparsa, risate. Immagino gli attori emozionati aggirarsi dietro la scena aspettando di salire sul palcoscenico e dare vita alla storia, i cui passaggi hanno a lungo provato. Li vedo rapire e accompagnare gli spettatori che affollano la cavea, edificanti e ironici, raccontano avventure e vicende, insegnano e criticano. Provo a immaginare la gente darsi di gomito, commentare e lasciarsi coinvolgere e forse essere colta all’improvviso, nel momento più alto della narrazione, dall’eruzione del Vulcano sullo sfondo, immenso e irrequieto. Una rossa fontana che si spinge nel cielo nero, e cerca di raggiungere la luna che si riflette nel mare profondo lì davanti.
Chissà come era perfetto questo luogo senza l’interferenza delle costruzioni che sono disseminate sulla costa, senza i fiumi di luce delle strade e il lontano rumore dei motori che ruggiscono sulla litoranea. Certamente non era solo vedere uno spettacolo, era viverlo, quello creato dall’uomo, raccontato e recitato, e quello creato dalla Natura, parato davanti agli occhi di tutti.

La voce acuta di una ragazza che scherza, perfettamente propagata dall’acustica del teatro, mi risveglia e all’improvviso è ora di volare indietro, dopo un viaggio meraviglioso.

Torniamo a casa, con tanta bellezza negli occhi e soprattutto con la Sicilia nel cuore.

1 – https://www.lequercedicota.it/home.html

2 – https://www.booking.com/hotel/it/scene-suites-apartments-catania.it.html?auth_success=1

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