Miliardi di viti

TOKYO

Questa è l’unità di misura di Tokyo, le viti. O i chiodi, o i bulloni.
Guardi dall’alto questa incredibile megalopoli e sembra che sia sempre esistita, così come è. E invece è stata costruita, una vite dopo l’altra, un pilastro, un solaio e un muro dopo l’altro. Dall’ultimo piano del Mori Building o dell’Osservatorio del Tokyo Metropolitan Government Building questo mare di cemento si estende ai tuoi piedi, così da quell’altezza puoi avere una visione di insieme incredibile. Poi se usi lo strumento zoom a più riprese, scendi nel dettaglio. Dapprima intuisci quasi i confini di un quartiere, poi ti soffermi sul singolo edificio, i piani, le finestre; le attraversi e intravedi i mobili, le luci e ovunque il brulicare delle persone. A quel punto l’ultimo click di avvicinamento ti fa vedere i singoli materiali, le lastre di pietra, i blocchi di cemento e poi infine ciò che tiene tutto insieme: viti, chiodi e bulloni, per così dire. E allora capisci quante – infinite – storie sono nascoste dietro ogni singolo elemento di questa città. Quante persone hanno partecipato alla posa in opera di tutto quello che vedi laggiù, lo hanno creato, poi distrutto, poi ricostruito ancora. E continuano a farlo ogni giorno, che sia un edificio o che siano storie di vita. Ogni singola vite ha avuto un significato nella vita di chi l’ha utilizzata per costruire qualcosa a Tokyo. Per qualcuno magari era l’ultimo lavoro prima della pensione, per qualcun altro il primo. Ogni persona che ha contribuito a costruire e contribuisce a far vivere questa città – operai, ristoratori, segretarie, architetti, venditori al mercato, studenti, tassisti, poliziotti, operatori di borsa e tutti gli altri – lo fa perchè le viti creano ogni singola geometria di Tokyo e ne intrecciano le storie.

Ho già volato sopra a sconfinate megalopoli, ma questa volta dal finestrino dell’aereo è in qualche modo ancora più sconfinata. Il limitare – se esiste – degli edifici si perde nella foschia dell’orizzonte buio. Non vedo dove le luci della città finiscono, probabilmente non lo fanno. E in un secondo siamo catapultati in un formicaio ordinatissimo; gente che cammina velocemente in ogni direzione e miracolosamente non si scontra, ideogrammi ovunque e buffi cartoni animati anche per spiegare le regole di sicurezza e di comportamento. Trench puliti e ordinati, valigette ventiquattrore non troppo piene, scarpe lucide, capelli corvini pettinati elegantemente, tutto danza davanti ai nostri occhi. Si il Giappone è pulito, ordinato ed elegante, non c’è niente da fare.

Ci orientiamo e saliamo sulla monorotaia che dall’aeroporto Haneda ci porterà verso il nostro hotel. È l’ora di punta e le carrozze sono ordinatamente piene, le persone si parlano in modo educato, le ragazze ridono coprendosi la bocca con una mano. Qualcuno sembra iniziare a rilassarsi, qualcuno no lo farà mai. Arriviamo alla stazione di Hamamatsucho e scendiamo, di nuovo ci orientiamo e iniziamo a dirigerci verso l’hotel. All’improvviso la Tokyo Tower illuminata, bianco e arancio, si para davanti a noi e così Tokyo ci dà il benvenuto.

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Non siamo troppo stanchi, ma dopo aver cenato in un piccolo ristorante dove abbiamo provato le prime specialità, ci rinfreschiamo nella piccola doccia e ci incastriamo volentieri nel piccolo letto della piccola camera.

Si, in Giappone può essere anche tutto piccolo.

Un sole bellissimo ci accompagna nel nostro primo giorno alla scoperta di Tokyo. È mattina presto (un po’ di jet-lag si fa sentire) così questa luce splendente crea un po’ di contrasto con l’aria assonnata dei negozi ancora chiusi e delle persone che si aggirano dopo una notte di baldoria tra Kabukicho (il quartiere a luci rosse gestito dalla Yakuza, dove gli affari si fanno con le ragazze e i Pachinko, le sale da gioco) e Shinjuku (il quartiere che non dorme mai). Forse è per l’orario ma io sono molto sorpresa di notare come Tokyo in realtà non sia caotica come avevo immaginato prima di arrivarci. Stiamo a vedere.

Saliamo all’osservatorio del Tokyo Metropolitan Government Building e ci godiamo il panorama: un mare grigio cemento senza confini sotto un cielo blu intenso. Da lassù scorgiamo le sagome degli edifici conosciuti e facciamo veramente amicizia con Tokyo per la prima volta.

Tornati al piano terra ci aggiriamo per Shinjuku, la prospettiva diurna su un quartiere famoso per le luci al neon è interessante. Ce lo lasciamo alle spalle per il momento, torneremo anche con la notte, e ci incamminiamo verso i giardini Yoyogi-Koen per arrivare poi fino al santuario Meiji. Anche qui la gente non è troppa, la passeggiata é piacevole e i giardini sono in attesa dell’esplosione primaverile. I colori non sono al meglio, ma regalano comunque scorci bellissimi.

Il Giappone è anche contrasto, e lasciata la tranquillità mistica dei giardini ci scontriamo con il primo: Takeshita-Dori. Nuotiamo nella folla variegata di questa strada pedonale, che si trova nei pressi di Harajuku, ed è il fulcro della moda giovanile di Tokyo. Sempre affollatissima, è piena di piccoli negozi originali, caffè, locali che offrono street food e Purikura, negozi dove si trovano stipate decine di cabine per le fotografie, dove ci si può sbizzarrire nelle pose e nelle personalizzazioni per pochi yen.
Qui la gente è tantissima, quasi non si riesce a camminare, cento musiche diverse, colori e profumi confondono i sensi. I giovani di Tokyo sfilano con gli outfit più strambi e trasformano l’atmosfera in uno spettacolo sociale.

Da qui in pochi minuti si arriva all’elegante Omotesando, la via della moda di lusso, dove poter ammirare i bellissimi allestimenti e i progetti di alcuni fra i più famosi architetti del mondo. Una strada scintillante, nuovamente affollata che fa da anteprima alla folla per eccellenza, quella di Shibuya.

Arriviamo infatti, al termine di questa prima giornata, al famoso incrocio con i passaggi pedonali che si intersecano in tutte le direzioni. E’ l’imbrunire e l’intensità dei cartelloni pubblicitari luminosi e delle insegne al neon cresce mentre osserviamo questo incredibile palcoscenico sociale. Tutto intorno a noi gli edifici incorniciano il movimento della marea umana che si sposta da un lato all’altro, da destra a sinistra, viceversa e in diagonale, frenetica e chiassosa. E anche noi ci lasciamo trasportare. Attraversiamo le strade più volte, osservando le diverse prospettive. Tutti corrono e nessuno si scontra; se tutti sappiano veramente dove stanno andando non posso dirlo, ma in tutta questa frenesia, in questo affannarsi verso qualcosa, c’è qualcosa di ironico e solenne. Di nuovo ho la percezione delle infinite storie che si incrociano – letteralmente – in questa città: chi torna dal lavoro e chi ci va, chi nemmeno alza gli occhi a guardare lo spettacolo, ormai abituale, chi lo vede per la prima volta come noi. Qualcuno andrà a prendere una decisione che gli cambierà la vita, qualcun altro rimarrà imbrigliato nella routine quotidiana. Qualcuno starà pensando a cosa mangiare, a quale film guardare, in quale negozio entrare, ai programmi dell’indomani e qualcun altro semplicemente non starà pensando.

A questo punto della giornata siamo davvero stanchi, ma siamo così incantati dall’atmosfera di questo luogo che non riusciamo a congedarci. Così saliamo in uno degli edifici che si affacciano sull’incrocio, all’ultimo piano si trova un ristorante dove mangiamo qualcosa e poi dalla terrazza continuiamo a goderci lo spettacolo, nella versione ormai notturna.

Un viavai che non ha fine, una concentrazione di energie incredibile, che solo qui a Tokyo si può trovare. Ci sono un suono e un odore che rimangono impressi, la cacofonia di musiche e jingle che viene sparata a tutto volume dai negozi e l’aroma del cibo che si vende a ogni metro, misto all’odore della gomma tipico delle stazioni della metropolitana, che sale dalle griglie di aerazione e fa rima con i colori sgargianti che continuano a cambiare sulle facciate degli edifici.

Tutto questo è poesia. Poesia urbana.

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